Moataz Nasr

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Critic

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Interview by Maureen Murphy in “Africultures” (in French).

Martina Corgnati in “Titolo”, n. 38, Spring/Summer 2002, pp. 34-35.

Una delle differenze più significative fra centro e periferie nell'attuale sistema dell'arte non si misura in termini di offerta culturale, di presenza di operatori visivi e persino di luoghi preposti ad assicurare una qualche dimensione di vivacità culturale; ma si misura, in primo luogo, in termini di attenzione. Più specificamente: della possibilità di ricevere attenzione da parte di quei pochissimi curators internazionali che si trovano nelle condizioni di cambiare davvero il destino di un artista, almeno a medio termine.

Cairo, da questo punto di vista, partecipa della condizione delle periferie. Ma la vita artistica che vi si incontra quando ci si immerge davvero nel tessuto culturale della città, è quantomeno sorprendente; ed è un tessuto fatto da artisti che per lo più coniugano, ciascuno a suo modo, con il suo linguaggio e la sua declinazione originale, elementi autoctoni, tradizionali o in qualche misura orientali, ed elementi che invece discendono direttamente dalle koinè linguistiche dappertutto largamente condivise nel mondo globalizzato. Una connotazione che rispecchia l'esigenza di appartenere ad un contesto, diversa rispetto a quella espressa dai pochissimi artisti egiziani internazionalmente noti davvero, in particolare Ghada Amer, che vive ad tempo a New York e i cui interventi, in questo momento, rispondono, a mio giudizio, più ai parametri di un formulario visivo internazionale, per così dire, universalmente condiviso, che ad un necessario e serio tentativo di relazione con il proprio luogo d'origine. Gli artisti a cui mi riferisco invece, Moataz Nasr in primo luogo ma anche per esempio Hassan Khan, Khaled Hafez, Tamer Assem, Huda Lufti, Sabah Naiem, Ahmed Askalany, Rehab El Sadek, seppure tormentati dalla crisi economica, dalle ristrettezze del mercato dell'arte, dalla scarsità delle occasioni di confronto, dalla poca visibilità, vivono e vogliono vivere al Cairo nel senso più profondo della parola; non a caso il loro lavoro è testimonianza di una relazione forte, a volte appassionata con il luogo, ma anche la capacità, specialmente interessante, di guardarsi all'esterno e di ricostruire un possibile sguardo rivolto dall'esterno sul mondo islamico in generale ed egiziano in particolare.

Affascinanti, per esempio, nella loro precisione e pertinenza, due installazioni presentate recentemente da Moataz Nasr a Townhouse (una delle gallerie più interessanti della città) in cui riecheggiano le emozioni elaborate dopo l'11 settembre e nel corso degli avvenimenti successivi, la guerra in Afganistan, l'esplosione della nuova Intifada e la serpeggiante (ma non solo: spesso esplicita), rinnovata diffidenza occidentale nei confronti del “diverso&rduo;, tutto il diverso, ma specialmente il diverso islamico. Un cumulo di graziose formelle in ceramica, ciascuna delle quali reca inciso un carattere dell'alfabeto arabo. Una lingua insomma, buttata, spregiata, messa nell'angolo, quindi in una situazione in cui la lingua, come i gatti, diventa pericolosa. L'artista non è così ingenuo da dirci chi è stato, da indicarci presuntuosamente e il responsabile. Così come non ci dice a chi appartenga l'arrogante o forse soltanto superficiale stivale che, ad intervalli quasi regolari, lacera l'immagine dei delicatissimi volti materializzati in una pozzanghera, volti di gente sospesi come miraggi eppure intensamente reali nel gioco evanescente del povero specchio d'acqua, uno dei tanti, degli innumerevoli specchi d'acqua che punteggiano le strade del Cairo (e altrove). Pestare la gente in faccia, eppure non fare niente di strano, camminare soltanto, sollevando occasionalmente spruzzi d'acqua sporca. Questo video, l'ultimo di Moataz Nasr, offre davvero un ritratto di stupefacente semplicità, della sensibilità che attraversa l'Egitto contemporaneo, in un gioco fragilissimo ed impalpabile di naturalezza e di messa in scena, di sguardo e di silenzio. Non c'è nessun bisogno di dire di più. Ed è significativo che un'opera sensibile come questa, e come quelle di molti altri artisti ricordati poc'anzi, sia nata proprio in questa città, in questa grande città di cui, assurdamente, pochissimi visitatori sospettano che esista qualcos'altro di importante oltre alle piramidi.

C'è bisogno, dunque, urgente bisogno di rinnovare, di sostenere la visibilità dell'espressione artistica contemporanea al di fuori dei luoghi deputati, in altre parole, oltre alle apparenze. Bisogno, insomma, di favorire non tanto la concentrazione (anche se sotto la forma sostenibile di accesso di gruppi più ampi, di esperienze più remote dal punto di vista geografico, o marginali dal punto di vista sociale e culturale, nei centri del potere del sistema dell'arte) ma il decentramento dello sguardo e delle opportunità. E' un programma a lungo termine. Nel frattempo accontentiamoci di promuovere e favorire scambio e confronto, tanto più necessari quando a fronteggiare i limiti della nostra attenzione e comprensione, a mettere alla prova la nostra mancanza di informazione e i nostri inevitabili pregiudizi si incontra un linguaggio come quello di Moataz Nasr; fondato, in ultima analisi, su forme, sentimenti ed esperienze talmente universali da saper “naturalmente” collegare storie, provenienze e culture, invece che dividere, invece che ribadire la differenza, anche attraverso quella “tipicità” tanto prevedibile quanto sospetta, se non proprio deprecabile, nota alle nostre latitudini come “esotismo”. Prendiamo, per esempio, The Sky, un'installazione presentata a Cairo (Townhouse) nel 2000 e a Milano (Studio Casoli) nell'autunno 2001. Da un soffitto di vecchie travi sconnesse filtra una luce intensa e promettente, la luce del cielo. Nient'altro. Molto, molto semplice. Ci sono, in quest'opera, i soffitti poveri di alcune traballanti strutture abitative dei quartieri poveri di Cairo, ci sono le sensazioni struggenti che si possono provare davanti ad una mashrabeia colpita dal sole, quando la luce si frantuma in mille e mille raggi orientati e silenziosi in cui la polvere galleggia, come per una misteriosa sospensione del flusso delle cose; ma c'è anche, forse, l'impressione provata (e questo non è certo possibile in Egitto) davanti alle vetrate multicolori di una cattedrale gotica verso mezzogiorno; e c'è qualcosa di ancora più universale e condivisibile, la memoria delle persiane chiuse durante certi pomeriggi d'infanzia, qual dormiveglia abitato dalla certezza delle stagioni che trascorrono lì fuori. E ancora, e finalmente: quale migliore, più profondo e desiderabile cielo di quello che non si vede e si immagina soltanto ? La constatazione è assolutamente leopardiana eppure non ha perduto molto della sua attualità. L'opera d'arte, specie questo genere di opere d'arte fondate su significanti dal sapore così lirico, contiene sempre molto di più di quanto si può dire di lei, lascia intendere molto di più di quanto non enunci nero su bianco. Un effetto che si replica simile in ogni epoca e non è specifico di nessun stile e di nessuna tecnica. Nel caso di Moataz Nasr, per esempio, i linguaggi sono quelli tipicamente contemporanei dell'installazione e della video installazione (e della pittura, che però si colloca in una posizione particolare e separata nel complesso della produzione dell'artista), gestiti con una naturalezza assoluta e perfezionata, se vogliamo, da una speciale sensibilità, piuttosto rara negli artisti attuali.

Sarebbe ingenuo, o in malafede, aspettarsi che l'abitudine, o la necessità, di giocare contemporaneamente su diversi fronti, di contaminare tutto (che riassume il modo principe di procedere dell'arte oggi), forme, linguaggi e tecniche, non abbia raggiunto una metropoli come Cairo, nonostante che la scarsa visibilità internazionale, tuttora scarsa, non permetta né di confermare né di smentire la vera attualità delle cose che vi avvengono, e delle ricerche che vi hanno luogo continuamente. Non si tratta di discorsi localistici, si tratta di lavori profondamente, intelligentemente contestualizzati, prodotti da artisti che continuano a scegliere di vivere in questa realtà, di costituirsi come ponti, come strumenti di una possibile comunicazione con l'altro (in questo senso il loro lavoro è già politico), senza perdere di vista se stessi e senza abbandonare “la nave”, per imboccare la strada, indubbiamente più facile per chi abbia le qualità adeguate, della disintegrazione della propria identità in qualsiasi località centrale, necessariamente, ai tempi nostri, multietnica. Il caso di Moataz Nasr è emblematico anche in questo senso. Per lui Cairo costituisce una gigantesca, insostituibile miniera di impressioni che si radicano nel contesto geopolitico, nell'unicità e nella complessità della cultura egiziana, faraonica, copta, islamica e altro ancora; nella dimensione urbana da vera megalopoli, nella varietà dei quartieri, nella natura, nello splendore, nel degrado. Emblematica per illustrare il senso di tutte queste radici è la grande installazione Un orecchio di pane, un orecchio di terra, premiata in occasione dell'ultima Biennale del Cairo (marzo 2001) con il riconoscimento più ambito, il Gran Premio del Nilo. 1000 coppie di orecchie in grandezza naturale, modellate in pasta di pane e in terracotta punteggiano un'alta parete in un ambiente semibuio. Dappertutto un insistente e marcato ronzio di insetti che rende incongrua la presenza di tanti organi preposti proprio all'ascolto. Ma all'ascolto di che ? Dall'altra parte scorrono le immagini di persone delle più varie apparenze, età ed estrazione sociale, che senza parlare compiono gesti di indifferenza e incomprensione, equivalenti, ma più espressivi, del nostro alzare le spalle o “fare spallucce”. Non c'è molta speranza d'intesa, insomma, fra tutti questi disturbi di frequenza, questi incidenti di percorso, questa scarsa disposizione al vero ascolto che pure sembra promesso, sembra garantito da tante orecchie. Ma in Egitto si dice: ascoltare con un orecchio di pane e uno di terra, appunto è un modo di dire, cioè non ascoltare affatto, tapparsi le orecchie. L'unica cosa che resta è l'imprevista e niente affatto scontata dolcezza che pervade l'insieme, la carezzevole attenzione con cui Moataz Nasr avvolge i suoi personaggi virtuali e i suoi oggetti reali, pur nella loro impotenza, nella loro indifferenza. Naturalezza, dolcezza, sensibilità, competenza, maestria, informazione, autonomia mentale ed operativa: nelle periferie c'è molto, molto da imparare.

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Project and Text by Iolanda Pensa, Website by Giovanni Pensa, Press Office by Francesca Solari